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Quando Berta filava

Per la serie “Esopo news”.

di Bruno Mancini. Quando Berta filava, è un modo di dire tratto, probabilmente, dalla chansons de geste ”Li roumans de Berte aus grans piésse” scritta dal poeta, scrittore e menestrello francese noto con i nomi di Roi Adam, Li Rois Adenes, Adan le Menestrel o Adam Rex Menestrallus vissuto attorno al 1275, il cui soprannome le Roi alludeva alla sua fama di «re dei menestrelli».

Nel poema, il menestrello francese racconta che una principessa di nome Berta (diventata moglie del re francese Pipino il Breve e poi madre di Carlo Magno), durante il viaggio intrapreso per raggiungere il futuro sposo, fu sostituita con una figlia della sua dama di compagnia. Berta, però riuscì a liberarsi e, durante la fuga, trovò asilo nella casa di un taglialegna, dove visse per qualche anno facendo il lavoro di filatrice.

Il lieto fine racconta che, grazie alla particolarità dei suoi piedi (uno più grande dell’altro) la sostituzione fu smascherata ed a Berta fu riconsegnato il suo legittimo trono francese.

Quando Berta filava.

Da allora e per molti secoli la locuzione ha voluto indicare il passaggio dei personaggi (anche) politici da uno stato di indigenza ad una situazione di prestigio (fu il caso, fino alla metà del secolo scorso, di molti onorevoli onesti).

Poi, nei tempi moderni, “quando Berta filava”  ha acquisito (anche per i politici) dapprima il significato di “è finito il tempo dell’attivismo ideologico gratuito” (messo allo scoperto dalla tangentopoli del 1992), fino a che oggi la frase potrebbe, tranquillamente, essere tradotta in “non è più il tempo degli onesti” (soprattutto per i politici).

Questa singolare e sottile continua trasformazione interpretativa si collega, o meglio si identifica, con la differente quota di moralità che l’attuale società riconosce come endemica ai comportamenti dei propri amministratori.

Qualcuno vuole impegnarsi nella determinazione storica della funzione della suddetta espressione concettuale, rappresentandola in un diagramma nel quale la correttezza istituzionale e morale degli amministratori dei beni pubblici sia rappresentata (Berta) dall’ascissa  x, e la y dell’ordinata sia quantificata con i risultati della giustizia popolare?

Sarebbe interessante partire dal tempo in cui se un ‘amministratore dei beni pubblici rubava una lira tutto il popolo gridava allo scandalo e metteva alla gogna il pifferaio disonesto. Quando cioè l’onestà doveva valere finanche più della sopravvivenza, e quando essere degni di un titolo di “Sindaco, Onorevole, Presidente” comportava la rinuncia ad ogni necessità, esigenza, desidero che fosse in contrasto con la propria immagine pubblica.

Per giungere ad oggi, tempo i cui si va in galera SOLO se si è senza titoli e se si ruba poco.

E Berta filava.


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