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l’insostenibile logica della globalizzazione e delle multinazionali

| Pubblicato da Paolo De Gregorio |

di Paolo De Gregorio Attualmente in Italia abbiamo, tra le altre, due grosse emergenze occupazionali, quella di Termini Imerese, e quella della Alcoa in Sardegna, e si parla di stabilimenti da chiudere per sempre. Entrambe sono entità multinazionali che rispondono a logiche di profitto in cui non si tiene in alcun conto il lato umano dei problemi, e quando decidono una ristrutturazione, una delocalizzazione, una chiusura, è proprio inutile fare qualunque trattativa. E’ profondamente sbagliato da parte del movimento dei lavoratori invocare mediazioni governative o mobilitazioni sul territorio per decisioni che sono già state prese e con una probabilità del 99% sono irrevocabili. L’Alcoa (multinazionale americana dell’alluminio) sta già costruendo un enorme impianto in Arabia Saudita, dove ha energia a basso costo e lavoro di immigrati a buon mercato e niente e nessuno può imporle di rinunciare ai vantaggi della globalizzazione.
La Fiat, pur avendo avuto sovvenzioni statali per decenni, ha spostato il baricentro produttivo negli USA, lì farà le macchine elettriche del futuro. Anche in questo caso è il potere economico che risulta il principe dei poteri e la politica non conta nulla di fronte alla logica e alle decisioni del mercato, Qui bisogna fare chiarezza: la globalizzazione, accettata e condivisa quasi da tutti, arricchisce le imprese che hanno mano libera nelle proprie scelte di portare all’estero la propria produzione, rincorrendo le eterne e vecchie cose che interessano ai padroni: manodopera a basso costo e sottomessa, materie prime a prezzi bassi.

Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati,
diventati tutti precari ed insicuri ricattati da un mercato di riserva di
immigrati pronti a prendere il loro posto, che danno il voto ai padroni della
Lega cercando in tal modo di ottenere un occhio di riguardo per il futuro del
loro lavoro.
Di fronte a questa situazione e alla assenza di un sindacato e di una
sinistra, credo che l’unica strada percorribile sia quella di arrivare ad un
“sindacato unico” dei lavoratori, autogestito da loro stessi, che chieda quella
sicurezza di vivere dignitosamente, che deve essere data a tutti, superando l’
istituto della cassa integrazione a scadenza, nella forma di un “salario
sociale” per tutti i licenziati e i disoccupati, della entità del 50% di un
salario medio.
In uno stato capitalista e con la economia globalizzata non si può parlare di
lavoro come “diritto” in un mercato instabile ed evanescente e, per non essere
condannati alla totale precarietà ed insicurezza, bisogna pretendere un
contrappeso da ottenere con l’autogestione e la lotta dura.
In parole povere, se tu Stato non hai alcun potere sull’economia, che può fare
quello che vuole, che rende i rapporti di lavoro instabili e precari, tu Stato
devi prevedere un contrappeso finanziato dalla fiscalità generale che diventi
“salario sociale” per tutti i disoccupati.
Deve diventare un diritto come la pensione sociale e nessuno in un paese
democratico deve essere lasciato nella disperazione e nell’abbandono.

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