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La deriva passatista di Forio

di Emanuele Verde. Ogni volta che partecipo a una commemorazione di personaggi più o meno illustri, o assisto a una mostra fotografica sul passato, mi chiedo se la distruzione della memoria sia veramente una iattura, come denunciano in molti, e non invece una possibilità, in qualche caso persino desiderabile. Il dilemma mi si è riproposto vedendo “Volti e luoghi del nostro passato. Immagini del tempo che fu” la mostra fotografica dell’Associazione Moveo di Panza esposta in questi giorni (terminata il 1 novembre) al primo piano del Museo Civico del Torrione.

Chiariamo subito. La critica non è rivolta agli organizzatori, che anzi vanno ringraziati e sostenuti nei loro sforzi, quanto sul senso profondo di questa come di altre iniziative recenti all’ombra del Torrione. Pier Paolo Pasolini in una celebre polemica con Italo Calvino sosteneva di avere nostalgia “della gente povera e semplice che si batteva per abbattere il padrone senza diventare il padrone”. È questo il rimpianto che giustifica il “passatismo” di molte persone? Che ne spiega il continuo richiamo ai valori della tradizione?

L’interrogativo per me è destinato a rimanere tale, ma se di questo un po’ si tratta penso sia un sentimento mal riposto. Almeno nel caso di Forio e dell’isola d’Ischia. Piuttosto rovescerei i termini del discorso. Non è che siamo insoddisfatti del nostro presente proprio perché non siamo riusciti ad emanciparci fino in fondo dal nostro passato rurale? Basterebbe rileggere la triste vicenda dei fratelli Sanfilippo o alcune poesie del Maltese per trovare numerosi punti di contatto tra allora (la seconda metà dell’800 e i primi cinquanta del 900) e oggi.

Del resto, gli sviluppi recenti dell’antropologia culturale vanno in questa direzione: indagare come si fissano le credenze sul piano sociale, verificandone innanzitutto la persistenza nel tempo. Scopriremmo così che l’Ischia pre-turistica di cui coltiviamo il rimpianto non era poi tanto il paradiso in terra. O meglio, se certamente lo era dal punto di vista ambientale, sul piano economico e sociale invece già lasciava presagire quello che sarebbe successo poi. È un caso – Vi chiedo – se quegli stessi contadini, così abili nel fare il “piennolo” di pomodori e a scannare il porco sono stati poi i primi e  principali artefici del sacco edilizio dell’isola d’Ischia?

Se non fa difetto l’onestà intellettuale dobbiamo ammettere che è così. Ce le siamo abbondantemente cantate e suonate da soli, senza l’alibi degli speculatori venuti da fuori a prendersi il nostro territorio. Dopo anni di miseria, volevamo stare pure noi “comm ‘e signur” con tutto quello che poi ne è seguito nel bene e nel male.

Sarà venuto il momento di emanciparci da questo (ri)sentimento, anziché continuare ad alimentarlo sia pure in buona fede? Parliamone.

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1 Commento, Commenta o fai un Ping

  1. norman - Data: 3/11/2014 21:25:21 - IP: 87.10.144.xxx

    La tradizione e’ sempre un’invenzione postuma.
    Piuttosto la categoria che ci vorrebbe e’ quella di ” futuro “, concetto del tutto assente nell’antropologia mediterranea, da non confondere con il piu’ banale “progresso”.

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