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Il “Sole delle Alpi” anche ad Ischia

Sole delle AlpiDal Giappone all’Egitto passando per l’Eurasia fino all’isola di Ischia. Il simbolo del fiore a sei petali, il cosiddetto “Sole delle Alpi” intorno al quale in questi giorni è scoppiata la polemica per il suo utilizzo in chiave padana alla scuola di Adro, è possibile ritrovarlo in diverse parti del mondo con differenti significati. Negli antichi templi del Sol Levante o dell’India, nel palazzo assiro di Assurbanipal, in diverse edifici, oggetti artistici e manoscritti dell’Europa centro-orientale, ma anche in Spagna, se ne trovano testimonianze della sua millenaria esistenza. Ma il simbolo è ampiamente disseminato anche nella nostra Penisola. In Puglia sui monumenti funerari delle Stele daunie; in Campania e più dettagliatamente a Ischia dove decora gli architravi degli antichi edifici del centro storico di Forio; a Roma nella basilica di san Clemente; in Toscana sull’urna etrusca di Civitella Paganico. E ancora, risalendo verso nord, in Val Camonica; nell’arte celtica; nell’iconografia longobarda; sul pavimento del santuario di Saronno; nei rosoni absidali della chiesa dei santi Giovanni e Paolo a Venezia.


Graficamente composto da sei petali disposti all’interno di un cerchio il cui raggio fornisce la cadenzatura dell’intera costruzione, il nome “Sole delle Alpi” fu coniato dall’architetto Gilberto Oneto a metà degli anni Novanta. “All’epoca – ricorda Oneto al VELINO – stavo lavorando a un libro su stemmi e bandiere utilizzati nell’Italia settentrionale. Nel corso della ricerca scoprii che parecchi movimenti autonomisti locali usavano quel simbolo lo feci notare all’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio. Il Sole delle Alpi fu scelto come simbolo identitario per l’associazione culturale ‘La libera compagnia padana’ fondata nel 1995. Gli diedi una veste grafica precisa che poi è stata quella ripresa dalla Lega”. L’unica differenza è nel colore: la variante cromatica del verde non è stata un’invenzione di Oneto ma una scelta del Carroccio. “Di solito nelle antiche civiltà veniva scolpito su legno o su pietra, quindi non poteva avere un colore preciso. Anzi in alcuni casi si trovano esempi di petali ciascuno con un colore diverso”, aggiunge l’architetto.

“Il segno è un concentrato di simbologie dotate di grande forza – spiega Oneto -: è infatti contemporaneamente sole, cerchio, ruota, fiore e segno religioso. Il suo nome più usato ripropone il più evidente dei suoi significati: quello di simbolo solare. Di derivazione solare è anche la rappresentazione della ruota, presente in tutte le simbologie più antiche. Esso si riposta al mondo del ‘divenire’ e della creazione continua attorno a un centro immobile”. Oneto evidenzia come la principale caratteristica grafica del simbolo risiede nel fatto che non può essere modificato. “Da quando l’uomo ha scoperto il compasso – rileva l’architetto -, questo simbolo assieme al cerchio è l’unico che non può essere variato. È sempre uguale a se stesso e non ammette varianti. È un gioco grafico di compassi”. Spesso veniva utilizzato come copertura di superfici. Nell’Antico Egitto veniva chiamato “Fiore della vita” e ci si ornavano intere pareti. Altre denominazioni con le quali è conosciuto sono “Fiore delle Alpi”, “Rosa celtica”, “Fiore a sei petali”, “Rosa dei pastori” e “Rosa carolingia.

Tra le caratteristiche del simbolo, quella di non esistere nell’araldica nobile. “E’ sempre stato un simbolo povero – sottolinea Oneto -, utilizzato dalle gente nelle case o sugli attrezzi agricoli o da cucina, sui marchi del burro e del pane”. Se infatti se ne trovano tracce insignificanti su manufatti aulici prodotti da culture dominanti, la sua diffusione è invece massiccia e capillare nell’arte e nell’iconografia popolare dove ha ornato edifici modesti, costumi popolari e oggetti di vita quotidiana. “Proprio questa appartenenza popolare ce lo aveva fatto diventare immediatamente simpatico”, aggiunge Oneto rievocando le chiacchierate di quindici anni fa con Miglio sull’argomento. “Il simbolo inoltre era molto diffuso nell’area alpino-padana. Questa valenza popolare si coniugava bene con i simboli araldici veri e propri della Padania, cioè la Croce di San Giorgio e il Leone di San Marco che la Lega è andata con il tempo dimenticando”.

Progressivamente il Carroccio ha finito per togliere di mezzo i suoi tradizionali simboli araldici per dare spazio esclusivamente al “Sole delle Alpi”. Una scelta che non trova d’accordo Oneto. “Sul finire degli anni Novanta – ricorda l’architetto -, facevo parte del cosiddetto governo provvisorio della Padania. In un angolo della bandiera della Lega con la Croce di Sangiorgio misi un ‘Sole delle Alpi’ rosso, cioè dello stesso colore della croce. Di colpo ci siamo ritrovati con il vessillo leghista attuale: il Sole di colore verde occupante l’intero spazio della bandiera e la Croce di Sangiorgio scomparsa”. Oneto spiega così la sua contrarietà: “Il Sole delle Alpi è un simbolo eterno identitario, non si può ridurlo a stemma di partito. Personalmente non mi offesi quando fu compiuta quella operazione. È indubbio però che mi lasciò perplesso la sua registrazione come marchio. Un simbolo millenario e dal forte significato popolare non andava registrato”.
Fonte: ilvelino.it

2 Commenti, Commenta o fai un Ping

  1. enrico - Data: 22/9/2010 12:01:53 - IP: 82.89.172.xxx

    ce n’è una anche a casamicciola nei pressi delle tre croci in via roma, sul lato destro con la chiesa di spalle

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  2. Donato - Data: 22/9/2010 15:46:59 - IP: 87.7.108.xxx

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