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Frane di Messina e Ischia: prime analisi e pianificazione territoriale sostenibile

| Pubblicato da Redazione |

Frane, dissesto del territorio, rischio idrogeologico: queste parole sono purtroppo di stretta attualità dopo i tristi avvenimenti del primo ottobre e del 10 novembre a Messina e a Ischia. Che cosa sta succedendo al nostro territorio? Si tratta di calamità, di fenomeni imprevedibili o ci sono responsabilità umane? Come possiamo correre al riparo per il futuro?
Sul sito dell’Ispra è stata pubblicata un’intervista al dott. Puglisi, geologo, anzi geomorfologo applicato, come lui stesso si definisce in cui fa il punto della situazione sulle frane in Italia anche alla luce dei recenti disastri di Messina e Ischia. Nella zona del Messinese si stima che, in circa 50 kmq, si siano verificate tra le 400 e le 600 frane. Il problema più urgente però è quello di valutare il rischio residuo dei versanti. Infatti, oggi il problema non è riferibile esclusivamente alle aree dove i fenomeni franosi sono già avvenuti, ma a tutte quelle aree che hanno avuto piccoli movimenti che non si sono evoluti in vere e proprie frane: per queste zone la stabilità potrebbe essere a rischio.
In Italia un Comune su tre è a rischio frana, però è assolutamente inesatto parlare genericamente di rischio da frana. L’analisi del rischio deve essere fatta per tipologia di frana perché ad ogni frana è associato un rischio diverso. È come se parlassimo di una malattia che ha molte varianti, ognuna con la sua specificità sia in termini di gravità che in termini di terapia.
Il dott. Puglisi auspica che per il futuro servono giovani specialisti preparati che, oltre alle varie metodologie che la tecnica ci mette oggi a disposizione e che un geomorfologo applicato deve dominare, – quali foto aeree analogiche e digitali, immagini satellitari, programmi di Sistemi Informativi Territoriali, programmi per la modellazione di versanti, programmi di geostatistica ecc. -, facciano una costante opera di rilevamento geomorfologico del territorio al fine di estrarre i parametri di franosità, da inserire poi in programmi specifici, al fine di elaborare le mappe di pericolosità con una scala che sia funzionale alla pianificazione territoriale. Poche sono ancora le Università che danno questo tipo di preparazione agli studenti ma ancor minore è il numero di specialisti che con tali competenze trovano una sistemazione stabile all’interno di enti di ricerca o negli enti preposti alla pianificazione.

Fonte Alternativasostenibile

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