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Peccato e reato

| Pubblicato da Redazione |

«Mi è dispiaciuto moltissimo l’ intervento dell’ autorità ecclesiastica dell’ isola (il vescovo Strofaldi) che si è espresso contro la nostra attività. Capisco che ha voluto schierarsi dalla parte dei meno abbienti. Così però ci ha isolati e questo ci ha fatto male». Giandomenico Lepore, procuratore capo di Napoli
di Emanuele Verde Nell’omelia pronunciata durante il rito funebre all’indomani della tragedia del Monte Vezzi il nostro vescovo Mons.Strofaldi implorava Dio “perchè aiuti tutti a fare un sereno esame di coscienza e a seguire chiari propositi secondo le nostre competenze” aggiungendo che “per noi il compito è educarci ed educare al rispetto di nostra madre terra ed è sacrilegio deturpare questo territorio” rivolgendo infine un appello alle istituzioni per “un continuo monitoraggio delle costruzioni nelle zone a rischio”.

Quando però iniziano gli abbattimenti e la tensione sociale comincia a salire il presule consegna alla stampa un appello in cui chiede alla Procura di fermare le demolizioni sottolineando che “l’impegno della comunità isolana, della Procura, degli amministratori e delle forze dell’ordine deve essere espresso certamente nella legalità e nella giustizia, ma non nel legalismo esasperato e nel giustizialismo ricordando la verità dei diritti fondamentali delle famiglie e della persona umana ad avere una casa da abitare, un lavoro per sostenersi, un ospedale per essere curati, una scuola per apprendere, centri sociali per anziani e luoghi di associazione per i giovani”. Continua, affermando che “questi diritti fondamentali spesso vengono negati o procrastinati dal Governo o dai responsabili in genere della res publica a favore invece di altre realtà e privilegi di pochi. Già Giovanni XXIII denunciava l’accentuarsi della forbice sociale, quando persone ricche diventano sempre più ricche, mentre persone povere sono sempre più povere”.

L’adattabilità della dottrina e della cultura cattolica alle circostanze e agli umori sociali del momento potrebbe essere una delle spiegazioni di due posizioni nei fatti tanto diverse. All’apparenza niente di strano dunque – lo stesso Mons. Strofaldi in un’intervista concessa al Golfo pochi giorni dopo la tragedia del Monte Vezzi, affermava che “ogni cristiano deve saper coniugare la Bibbia e il giornale, leggendo gli eventi accaduti alla luce della Parola di Dio lampada ai nostri passi, luce al nostro cammino” – ma è il caso di chiedersi se ciò non esponga la Chiesa all’accusa di relativismo etico, di far in modo cioè che ciascuno abbia il suo Dio (Sales), nel nostro caso, chi il Dio della natura e chi il Dio del cemento, senza in fondo scegliere mai.

Se non di umana contraddizione si tratta, allora la domanda è se la dottrina cattolica sia potenzialmente in conflitto con il principio di legalità. Può darsi cioè che a chi non ha rispetto di nostra madre terra e commette sacrilegio deturpando il territorio, per ribadire le parole del vescovo, sia sufficiente l’assoluzione dinanzi a Dio e viva come un oltraggio l’intervento sanzionatorio dello Stato. Di quello stesso Stato, però va detto, odiato quando reprime e non evidentemente quando dispensa, tenuto conto dell’importanza dell’indennità di disoccupazione negli equilibri sempre più traballanti della nostra economia.

Non ho certezze rispetto ai quesiti sollevati anche perché investono questioni teologiche e, al limite, lo stesso istituto della confessione religiosa, tutti argomenti più grandi delle mie possibilità.

Rivendico però la facoltà di indagare le responsabilità, se ce ne sono, della Chiesa isolana rispetto alla genesi e al consolidamento di un intero ciclo economico alimentato da pratiche illegali – l’abusivismo edilizio su tutte – non fosse altro per l’importanza che ha come agenzia educativa, al pari della famiglia e della scuola nella vita della nostra comunità.

In questo senso non sono sicuro che sia l’intervento repressivo dello Stato a determinare la forbice tra ricchezza e povertà. Sono piuttosto convinto del contrario, che sia il cemento illegale ad acuire questa forbice, non solo e non tanto rispetto alla distinzione, un po’ tirata per i capelli, tra necessità sociale e grande speculazione, quanto al fenomeno complessivamente inteso.

In altri termini non vedo né pecorelle smarrite da recuperare alla parola di Dio, né proletari vessati da uno Stato capitalista. Spero di sbagliarmi, ma vedo un popolo, per dirla con Ennio Flaiano, “mosso da un bisogno sfrenato di ingiustizia” e incapace di fare quel sereno esame di coscienza invocato dal nostro vescovo.

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1 Commento, Commenta o fai un Ping

  1. cippa lippa - Data: 13/3/2010 11:33:03 - IP: 93.36.223.xxx

    Anche il Vescovo si faccia un bell’esame di coscienza …ed anche di bilancio alla voce “immobilizzazioni terreni e fabbricati” che non fitta e non li rende produttivi per la comunità! ;-)

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