Eventi franosi, caso Ischia: l’impatto del sensazionalismo mediatico sulla riduzione del rischio
| Pubblicato da Redazione |di Luciano Picarelli – Professore ordinario di Meccanica delle Terre e di Stabilità dei Pendii, Facoltà di Ingegneria, Seconda Università di Napoli.
A mio avviso il recente articolo di Stefano Sorvino sugli eventi di Ischia (Il Denaro, 18 Novembre) merita qualche commento per le due importanti questioni che ha sollevato: 1) la frequente trasfigurazione mediatica di questi eventi; 2) l’impatto che una errata percezione delle relazioni tra stato delle conoscenze e realtà può avere sulle azioni da intraprendere per la riduzione del rischio.
Sorvino non si è certo nascosto dietro a delle eleganti perifrasi quando ha utilizzato espressioni come “profluvio di dichiarazioni” ed “effluvio di luoghi comuni” per illustrare il ruolo negativo che spesso giocano i mezzi di comunicazione. Esse suggeriscono chiaramente l’idea che il flusso di espressioni improprie o eccessive pronunciate o scritte tende a provocare un diffuso senso di soffocamento e di frustrazione. Implicita l’idea che invece, una sobria e corretta informazione dovrebbe essere il principale strumento per la condivisione delle conoscenze di base in tema di rischio e sua mitigazione. In effetti, dopo ogni disastro, in genere evocato tramite concetti tanto virulenti quanto inefficaci come “disastro annunciato”, “rapina del territorio”, “sperpero di risorse” ecc., il meccanismo mediatico che si genera appare ancora più devastante dell’evento in sé, che rapidamente invade la cronaca ma altrettanto rapidamente l’abbandona, lasciando dietro di sé solo un generico ed oscuro complesso di colpa collettivo. Tra l’altro, quasi sempre nulla è dato conoscere circa il fenomeno in quanto tale e le sue cause vere, questioni di cui il comunicatore si disinteressa. L’informazione perde così il suo ruolo vitale di trasmissione di conoscenza per divenire elemento di disagio e confusione.
Le conseguenze sono devastanti: se ne capisce meno di prima, ma molti acquistano la certezza che c’è poco da fare di fronte alle colpe collettive. Il tutto si risolve in forme di hara kiri psicologico di massa e di distacco ancor maggiore dal senso di solidarietà sociale e dalla politica, che non è sempre e necessariamente cattiva (spesso sì). Intendiamoci, non mancano le responsabilità , ma sono solo una parte della verità . Proprio per questo motivo, è necessario uscire dalla vaghezza delle annotazioni, ed avviare una chiara e capillare informazione che stimoli lo sviluppo di una conoscenza diffusa sulla natura del problema, ma anche, e per rendere giustizia alla verità , sui limiti delle conoscenze.
Bisogna innanzi tutto chiarire che la causa di questi fenomeni è naturale e non umana, anche se attività come la deforestazione, l’assenza di manutenzione dei sistemi di drenaggio ed indirettamente, l’impatto che l’industrializzazione senza controllo (ma a scala globale) sembra avere sul clima, giocano un ruolo a volte non insignificante. Nel caso delle frane le cause vanno ricercate in un complesso di fattori legati alla natura del territorio ed alla magnitudo di eventi naturali come le precipitazioni, che ne sono la causa principale.
Buona parte della nostra regione è ricoperta da materiali vulcanici sciolti che rimarrebbero stabili se l’infiltrazione delle acque piovane non raggiungesse a volte livelli critici cui corrisponde un significativo incremento di peso ma, soprattutto, una riduzione di resistenza: l’evento scatenante è a volte solo la classica goccia che fa traboccare il vaso. In terreni poco addensati, complessi processi “di liquefazione” e di conseguente annullamento della resistenza possono portare alla formazione di catastrofiche colate di fango. In questi casi la massa di terreno che viene giù si comporta come un liquido che trascina in sospensione le particelle; essendosi temporaneamente annullata la resistenza per attrito, essa raggiunge velocità molto elevate ed una energia distruttiva enorme.
Questi fenomeni sono sempre avvenuti, anche quando l’uomo non guardava alla natura come pura merce. Le cronache antiche descrivono eventi simili a quelli che conosciamo e ne ignorano chissà quanti altri, semplicemente perché, in un mondo raccolto in piccoli insediamenti isolati sparsi in un territorio non cablato a tutto campo come oggi, la maggioranza di essi si verificava in aree non urbanizzate o coinvolgeva solo pochi disgraziati lontani dal centro, e perciò di fatto inesistenti per il resto della popolazione.
A causa della forte antropizzazione del territorio, quegli stessi eventi che un tempo non avevano alcuna conseguenza percepita, oggi creano distruzioni e disagi. Quello che rende la situazione esplosiva è dunque l’incremento accelerato dell’esposizione (strutture, infrastrutture ecc.) dovuto alla crescita della popolazione e delle attività economiche. L’utilizzazione, magari abusiva, di aree a rischio espone ancor più la popolazione a fenomeni che l’attuale livello culturale e di benessere non considera più tollerabili come una volta, quando erano ritenuti punizioni di Dio per i nostri peccati (specie quelli della carne).
Per passare alla seconda questione prima citata, privilegiando il sensazionalismo, i media tendono ad ignorare del tutto che, grazie allo studio di bravi ricercatori, negli ultimi anni le conoscenze si sono straordinariamente accresciute come mai si era verificato in questo Paese. Dal canto loro, prima il Commissariato di Governo ed ora le Autorità di Bacino hanno fatto e continuano a fare un lavoro a tutto campo (anche se non sempre di alta qualità ) vincolando le aree a rischio e realizzando opere utili per la mitigazione del rischio. Dovremmo inoltre riflettere sul fatto che nessuno mette mai in evidenza come si dovrebbe, che il numero di eventi che potrebbero verificarsi ed invece non si verificano per la buona progettazione di opere semplici, come un muretto o di un canale di drenaggio, è certamente molto maggiore di quelli che ancora si verificano.
Va comunque ricordato che il problema è comunque serio per la presenza di numerosi Comuni a rischio e di una fitta rete di infrastrutture. Dobbiamo dunque essere consapevoli che altri eventi come quello di Ischia possono ancora verificarsi, ma abbiamo il dovere di proseguire sulla strada della corretta applicazione delle conoscenze che stiamo acquisendo. Ritengo che abbia ragione Sorvino a temere che, per eccesso di zelo e per l’ignoranza dello stato dell’arte, vengano prese iniziative che rischiano di disfare ciò che si è cominciato a realizzare, piuttosto che continuare sulla strada intrapresa migliorando quello che c’è ancora da migliorare.
Se poi, invece di costruire ponti sugli stretti, si devolvesse alla difesa del suolo solo una parte delle risorse ad essi destinate, verrebbe reso un ottimo servigio ad una comunità che, consapevole di poter essere liberata dal rischio, farebbe volentieri a meno di qualsiasi opera faraonica (per usare un’espressione già adoperata in alto loco) funzionale soprattutto alla esaltazione del Faraone e dei suoi sacerdoti ed amici.
Ma anche questo non farebbe notizia, troppo poco utile in una società che fa del grido mediatico una delle sue bandiere.





























1 Commento, Commenta o fai un Ping
Mario Goffredo - Data: 21/1/2010 00:16:42 - IP: 79.42.2.xxx
Giusta analisi. Ma l’eccezionalità dell’evento catastrofico, quando nell’arco di soli tre anni miete 5 vittime, assume la condizione di rischio effettivo e ricorrente. Tale da dover dirottare tutta l’attenzione delle Amministrazioni Statali e Locali in un Governo del Territorio che sia improntato al massimo controllo e alla massima sicurezza.
Molte unità catsatali sono ancora oscure al censimento e questo dimostra la scarsa volonta’ politica delle amministrazioni di assumere conoscenza dell’effettiva urbanizzazione del proprio territorio.
NOTA BENETi invitiamo a rispondere a “Eventi franosi, caso Ischia: l’impatto del sensazionalismo mediatico sulla riduzione del rischio”: