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Le fonti antiche che citano Ischia

| Pubblicato da Redazione |

di Roberta Vespoli L’isola d’Ischia è presente, già, in alcuni documenti del periodo greco-romano. Ne parla Strabone ( 60 a. C. – 20 d. C.) in “Geographica”, 247-248 c. , denominandola Pithecusa e riferendosi alla colonizzazione dell’isola da parte degli Eritresi e dei Calcidesi. Timeo Siculo (356 – 260) ,che scrisse una storia sulla Sicilia nomina Pithekoussai in relazione ad una catastrofe. Anche quest’ultimo riferimento è citato da Stabone, perché l’opera di Timeo Siculo è andata perduta. Un elenco di autori che citarono Ischia è il seguente:

* C. Plinio , “Naturalis Historiae “, II, 203, (23-79 d. C.) “ sie et Pithecussa in Campanu sinu ferunt ortas, mox in his montem Epopon , cum repente flamma ex eo emicuisse, campestri equatum planite. “
* Julius Obsequens , “ Prodigiorum liber “ , 54 , 114, (IV secolo d. C.) : “Aenaria terrae hiatu flamma exorta in coelum emicuit “.
* Aetna , v. 430-431, (un passo scritto tra il 30 ed il 20 d. C.) : “Dicitur insidis flagrans Aenaria quondam…Nunc extinta super…”.
* Svetonio Tranquillo, “De vita Caesarum”, 92 (69-?): “Apud capreas insulam veterrimae ilicis demissos…ramos convaluisse adventu suo adeo laetus est , ut eas cum republica Neapolitanarum permutavit Aenaria data”.
* Valleio Patercolo, “ Ad M. Vinicium”, l. II, 19, 4 (19-31 d. C.) : “At ille adsecutus circa Aenariam filium cursus in Africam direxit. “
* Claudio Tolomeo, geografo alessandrino (II secolo d. C.) , in una delle copie medioevali delle sue carte geografiche, è raffigurata Ischia col nome di Pithecusae.

Le prime carte generali in cui appare l’isola d’Ischia sono le copie medioevali della rappresentazione dell’Italia dovuta al geografo alessandrino Claudio Tolomeo , che conobbero grande fortuna in epoca rinascimentale.

Questo breve elenco mostra che l’isola passa dal greco Pithekoussai al romano Aenaria. Da queste testimonianze l’isola è indicata genericamente, non ci sono cioè, particolari riferimenti a villaggi specifici.

Attraverso lo studio dei documenti altomedioevali , quali la Passio SS. Dativi, le lettere di San Gregorio Magno e di Leone III, la vita di Sant’Antonio abate, i due sermoni su san Costanzo di Capri, il rogito del conte Marino e della contessa Teodora del 12 maggio 1036, troviamo l’antico toponimo romano e quello seguente dal periodo altomedioevale “Aenaria, quae et insula maiur dicitur”. Compaiono i primi nomi di villaggi , indicati indifferentemente “vici, loci, casalia, fundi, monasteri”, altri derivanti da caratteristiche posizioni geografiche locali, altri legati a nomi di santi. I beni del “memorati Marini “ si riferiscono soltanto ad alcune zone e non all’intero territorio dell’Insula Maior e del Castrum Gironis. Nello specifico compaiono:

* ecclesiae nostri monasteri… in monte qui dicitur coementara;
* casalem qui dicitur ad bicum;
* terra petri ruxi: et terra episcopati nostri sanctae sedis;
* terra de illu lancialonga;
* monte nostro domnico;
* terra…ad ille cese;
* terra que nominantur quiali;
* terra petri qui nominantur de conbento;
* terra de illi isclani;
* terra monasterii salvatoris insula maris;
* casalem…et bineas que nominantur at simplignana;
* monasteri nostril hangeli alloquio;
* terra monasteriinostri sancti costanti;
* cesa que nominantur de campulo;
* terra que nominantur ad illo sorbendo at ligimata;
* puteus et gurgo;
* vinea que nominantur de isco;
* integra casa de intus castro nostro gironis.

E’ una toponomastica esclusivamente altomedioevale, ad eccezione di pochi nomi come “locus qui dicitur Eraclius” e il “monte Bicum”, che hanno radici romane.

Nel documento di Giordano I , il principe di Capua, concede e conferma al monastero “domini Salvatorisin insula Maris in pertin. Neapolis” e ad “Urso abbati eiusdem ecclesie “ le seguenti chiese e beni : “eccl. S. Nicolai de Surrento” con tutte le pertinenze ciò che appartiene al monastero nel territorio di Sorrento ; e tutto ciò che appartiene al monastero “in Saviniano in loco Yscle Maioris in villa qui dicitur Pastoranu et eccl. Sancti Petri de Cintoria, cum campo qui dicitur Campanianus.”

Il principe concede tutte le terre offerte al monastero da “Rannulfus de Argentia”, la chiesa “S. Nicolay ubi dicitur trispedi” nelle pertinenze di Pozzuoli, la chiesa “S. Salvatoris que dicitur monasterium Marinum ad Bale”, le terre possedute “ infra fines Cume” , infine il monastero “Sancti Antonii in loco Posillipu.”

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